La Calabria perde abitanti e idee. La politica perde il contatto con la realtà
- Giugno 1, 2026
Ogni volta che si chiudono le urne in Calabria, si ripete lo stesso copione. Qualche nome nuovo in lista, qualche slogan cambiato, qualche promessa riciclata con una veste grafica più moderna. E poi, puntualmente, il nulla. Le stesse facce. Le stesse logiche. Le stesse mani che gestiscono le stesse stanze.
Anche le ultime elezioni amministrative non hanno fatto eccezione. In una regione che continua a perdere abitanti, che vede i propri giovani partire con la valigia e non tornare, che registra indici di povertà tra i più alti d’Europa, i partiti hanno risposto con la consueta autoreferenzialità: accordi di palazzo, candidature calate dall’alto, coalizioni costruite attorno agli equilibri interni piuttosto che attorno ai bisogni reali delle comunità.
La domanda che bisognerebbe porre con più forza — e con meno reverenza — è questa: a chi rispondono, oggi, i partiti calabresi? Non alla gente, evidentemente. Non a chi aspetta un pronto soccorso funzionante, una scuola decente, un treno che arrivi in orario, un ufficio pubblico che non sia un calvario burocratico. Rispondono a se stessi. Alle proprie correnti, alle proprie rendite di posizione, ai propri collegi elettorali blindati da decenni di clientelismo.
Il problema non è solo morale. È strutturale. I partiti si sono trasformati in organismi impermeabili, incapaci di assorbire energia nuova, di aprirsi a chi — nel mondo delle professioni, del terzo settore, dell’associazionismo, dell’imprenditoria sana — porta competenza, visione e soprattutto legame autentico con il territorio. La cosiddetta società civile bussa da anni a porte che non si aprono mai davvero.
Eppure la Calabria non manca di intelligenze, di energie, di persone che vorrebbero fare invece di aspettare. Manca di una politica che abbia il coraggio di accoglierle, di farsi contaminare, di scendere dal piedistallo su cui si è arroccata.
Il rinnovamento non è uno slogan. È una necessità di sopravvivenza — per i partiti, prima ancora che per la regione. Chi non lo capisce, chi continua a governare le coalizioni come se fossero feudi privati, non è semplicemente anacronistico: è parte del problema.
La Calabria merita una politica all’altezza dei suoi problemi. Non una che li amministri ma una che li affronti davvero.