“Rifondiamo una speranza”

“Rifondiamo una speranza”

  • Febbraio 9, 2023

Nella prima Repubblica la Sinistra è sempre apparsa custode delle pubbliche virtù, qualità che ha avuto in personaggi come Togliatti, Berlinguer, Pertini e altri, dei protagonisti di assoluto valore interpreti di una politica dal forte valore etico e democratico.
Nella seconda Repubblica, la sinistra si è trovata a rivestire, come per un diritto di successione, il ruolo di partito dello Stato che incarnava (o avrebbe dovuto) i valori fondanti e fondamentali della nostra Carta costituzionale. Ma il risvolto negativo di questa rapida metamorfosi, non ha tardato a manifestarsi e a contagiare una parte rilevante dei partiti che si sono presto trasformati in rappresentanti dell’establishment partitocratico ed elitario.
La sinistra ha smesso di essere il partito delle riforme sociali, dei sindacati, delle istanze popolari ed è apparso subito chiaro che tenere insieme le due anime, quella istituzionale e quella più battagliera, era ormai pura utopia.
D’altra parte, la sinistra italiana non è riuscita a evolversi come il partito laburista in Inghilterra o i partiti socialdemocratici in altri paesi europei, non riuscendo a farsi interprete delle istanze di una società in continua mutazione.
Anzi, si è considerata (a torto) l’unica custode di un modo etico di intendere e di fare politica.
Un errore di valutazione fatale che si ripete sempre uguale a se stesso in occasione degli appuntamenti elettorali o quando c’è bisogno di fare squadra e portare a sintesi posizioni diverse.
È esattamente quello che sta accadendo anche oggi, con il risultato di rendere difficile, se non impossibile, qualsiasi alleanza con forze e movimenti civici, sociali e democratici che si richiamano agli ideali di progresso.
Per evitare l’isolamento, che vorrebbe dire la sua dissoluzione, il maggiore partito di area si è rappresentato agli elettori come un soggetto incapace di mantenere una posizione ferma e decisa su temi e battaglie sociali che non sono e non possono diventare merce di scambio elettorale.
La subalternità di una parte della sinistra nei confronti del movimentismo civico è il sintomo della crisi di un partito che sa di non rappresentare più la sua storia e, anziché combattere le proprie battaglie in nome di questa identità, si accontenta di essere un partito “democratico”, forse senza capirne bene il senso ma segnando, ancora una volta, il tramonto delle ideologie e la mancanza di ideali.